Cinque milioni di account spariti in un mese, e i ragazzini sono ancora tutti lì, sui social, esattamente come prima.
È il bilancio, un anno dopo, della legge australiana che vietava i social ai minori di sedici anni (quella della quale dissi che era virtualmente irrealizzabile…), un fallimento quasi totale, perché bloccare un account non significa bloccare una persona, e i ragazzi hanno semplicemente trovato altre strade per restare connessi.
Ora l’Australia ci riprova, ma questa volta con un’idea che mi sembra molto più onesta (o almeno un embrione di onestà) ovvero un pulsante per spegnere l’algoritmo, e tornare a un feed fatto solo dei contenuti di chi segui davvero, invece che di quello che un sistema ha deciso che devi vedere per restare incollato più a lungo possibile.
E qui arriva il punto che a me fa più impressione: un professore di internet studies della Curtin University spiega che questi sistemi, nel tentativo di massimizzarci il tempo davanti allo schermo, hanno finito per spingere contenuti tossici, misoginia compresa, che nessuno aveva chiesto di vedere, ma che una volta iniziati a scorrere diventa difficile abbandonare, quasi un pilota automatico costruito apposta per non farci pensare.
La legge prova a mettere paletti pure ai chatbot di Intelligenza Artificiale, obbligandoli a proteggere i minori da funzionalità pensate per creare dipendenza, e da contenuti su disturbi alimentari o apologia di reato, con multe fino a cento milioni di dollari australiani per chi ignora le regole tuttavia… ogni volta che qualcuno prova a regolamentare la baracca, arriva chi grida alla censura, come ha fatto l’opposizione australiana, mentre il governo giura che l’unico obiettivo è dare controllo alle persone, non toglierlo.
Ne “gli strumenti del comunicare” Marshall McLuhan dice che “ricevendo continuamente tecnologie ci poniamo nei loro confronti come altrettanti servomeccanismi. È per questo che per poterle usare dobbiamo servire questi oggetti, queste estensioni di noi stessi, come fossero dei o religioni minori. Un indiano è il servomeccanismo della sua canoa, come un cowboy del suo cavallo o il dirigente del suo orologio”.
Diventiamo ciò che osserviamo, diamo forma ai nostri strumenti, e in seguito gli strumenti plasmano noi. Ecco perché è così importante regolamentare gli strumenti.