TEDx Bologna, Rudy Bandiera

La “sbobinatura” integrale del mio discorso al Tedx di Bologna “inimmaginabile” del 21 ottobre 2017, sia in italiano che in inglese.
Qua trovate anche le slide e l’unica cosa che vi chiedo è, se vi piace, di condividere il più possibile il video.
Grazie a tutti!

 

TEDx Bologna, 21 ottobre 2017: inimmaginabile

ITALIANO

Siete mai andati in vacanza? Io ci sono andato poche volte, e l’ultima se non sbaglio è stata a maggio di quest’anno, quando sono andato a Madrid.
A Madrid è successa una cosa curiosa. Come in tutte le grandi città, anzi non solo nelle grandi città, come in tutte le città del mondo, c’è un fenomeno che conosciamo bene, che è quello delle persone che chiedono la carità.
Ma qual è il sistema comunicativo che utilizzano i mendicanti e per chiederci i soldi?
Non è mia intenzione sollevare una questione sociale, sto semplicemente parlando di un sistema di comunicazione.

I mendicanti fanno leva sostanzialmente sul nostro senso di colpa: ci troviamo in una strada ricca, piena di negozi e vediamo queste persone con evidenti problemi, piccole tragedie, anche fisiche. E ce li mostrano al fine di ottenere la nostra carità.
Persone senza gambe, senza mani che sperano nel nostro aiuto. Siamo quindi oggettivamente consapevoli del loro bisogno. Non lo supponiamo, lo sappiamo. Ma non gli diamo soldi. Perché? Mettiamo generalmente in atto tre protezioni.
La prima è: io glieli darei, ma se li do a lui li devo dare a tutti, e non posso uscire con 100 euro la mattina per fare la carità.
La seconda è, io glieli darei ma dietro c’è un racket. Se li dò a lui poi il suo aguzzino glieli prende e lo rimanda a fare la carità. La terza, ed ultima: questa persona potrebbe andare a lavorare. Ha due spalle così, in campagna a pomodori c’è sempre bisogno. E non glieli dai.

Torniamo a Madrid. Stavo camminando sulla Gran Via, chi è stato in Spagna la conosce, una strada notevolmente ricca, bella, raffinata, piena di negozi.
Sulla Gran Via ad un certo punto noto un clochard seduto a terra. Non faceva assolutamente nulla, ma diverse persone gli davano soldi. Decido di avvicinarmi e continuo a vedere persone che gli danno soldi. Ho pensato: questo è il Sacro Graal della comunicazione, se capisco cosa sta facendo lui divento ricco senza far nulla!
Mi sono avvicinato ancora di più e addirittura ho visto un ragazzo che non solo gli dava i soldi, gli sorrideva e gli ha stretto la mano prima di andar via. Al che mi son detto, io non ho capito nulla della vita.
Il clochard aveva davanti a sé qualcosa di molto semplice, banale quasi. Tre bussolotti. Sopra uno vi era scritto quello che mettete qua va in birra, sull’altro quello che mettete qua va in vino e sull’ultimo quello che mettete qua va in whisky.

A questo punto state ridendo tutti, io ho riso uguale.

Mi son detto, ma guarda che figata questa qua, ma sai che io adesso una bella birra me la farei? Gli ho dato i soldi per comprarsi la birra, di fatto ammazzandolo.
Poiché se lui davvero fa, quello che dice che farebbe con quei soldi, lo sto ammalando di cirrosi.
Al che ho cominciato a riflettere intensamente su questo fatto. Ma perchè gli ho dato i soldi? Perché se a gente senza gambe non darei i soldi a lui gli ho dati? E in quel momento ho realizzato che ogni volta che facciamo qualcosa lo facciamo per noi. Non lo facciamo per gli altri. Lo facciamo anche per gli altri, ma in primis per noi.

A questo aggiungo, lui, il clochard, non mi ha chiesto nulla. Era seduto e mi ha fatto ridere, mi ha dato qualcosa e non mi ha chiesto nulla. Mi ha fornito un imprinting positivo, una percezione positiva. E proprio perchè non mi ha chiesto io gli ho dato.
Se questa cosa, mi sono detto, arrivato a 44 anni non l’avevo mai pensata prima, chissà quante sono le cose online che ci capitano tutti i giorni e che noi non siamo in grado di valutare.
Il mondo dell’online non c’era dieci anni fa. La vita online è ormai comune per tutti, non si può neanche più dire che andiamo on line. Ci siamo costantemente. Un italiano usa Google 30 volte al giorno, mediamente. Un millennial guarda il telefono 250 volte al giorno, senza notifiche. Provate a immaginare con le notifiche.
Quindi è evidente che accadono cose online che non siamo in grado di interpretare poiché dieci anni semplicemente non esistevano. Mancano regole educative comuni.
Vi faccio un esempio su tutti, avete mai sentito parlare di questo fenomeno, di cui dirò il nome in inglese, perché in ferrarese non si può sentire: online disinhibition (disinibizione online).
Di fatto, la online disinhibition accade quando le persone tendono a fare di più, e più spesso, online piuttosto che offline.

E se ciò vale un po’ per tutti, si verifica anche un altro fenomeno legato a questo particolare concetto. Quando discutiamo, o attacchiamo qualcuno offline, nella vita reale per intenderci, ne soffriamo noi stessi. Attaccare qualcuno ci provoca stress. Quando questo accade online no.
Ma se veniamo attaccati offline, nella vita reale, subiamo uno stress esattamente uguale a quello che subiamo se veniamo attaccati online. C’è quindi una differenza sostanziale. Ecco perché esistono gli haters. Ecco perché, alcune persone molto in vista sui social in Italia, donne in particolare, vengono attaccate con frasi di una brutalità e di una violenza che in carne ed ossa non verrebbero mai pronunciate. Non è l’impunità la causa, è proprio questo fenomeno.

Siamo in un mondo nuovo, è un fatto e non importa che cosa ne pensate o se vi piace. E’ un fatto e come tale va regolato. C’è bisogno di regole nuove. Non siamo più in grado di interpretare quello che ci accade intorno.
Che cosa sta succedendo??
Arrivato a questo punto ho iniziato a sentire il bisogno di un assioma, di una macro regola. Come la relatività di Einstein che metta d’accordo ogni tipo di attività, contenuto, persona ed evento che accade online.

Durante mia ricerca mi sono imbattuto in un libro, che consiglio a tutti voi di leggere perché incredibilmente bello. S’intitola “In un milione di piccoli pezzi” di James Frey. Tratta di un ragazzo che esce dal tunnel di tutte le dipendenze che esistono su questa terra, facendo uno sforzo immane. Vi voglio raccontare di questa frase incredibile che ho trovato leggendo il libro: “Curati di quanto dicono gli altri e sarai sempre loro prigioniero”.
Quando l’ho letta ho pensato: ho trovato il mio mantra. Non posso curarmi di quello che dicono gli altri altrimenti divento quello che gli altri vogliono. Se comincio a sbattermene di quello che gli altri dicono di me on line, sarò un uomo libero
Contemporaneamente ho trovato questa frase di un psicologo tedesco, un certo Sigmund. Non ripeto il cognome perché tanto non ce la farei mai, sputerei. La frase ragazzi è incredibile: “La vita umana si è sempre svolta in gruppi, condividere costituisce un elemento essenziale dell’esperienza. Nessuna salute mentale è compatibile senza questo. Non possiamo non curarci degli altri altrimenti non saremmo sani di mente.
Allora vedete che andiamo in corto circuito. Bellissima la frase di Frey, per essere libero non mi devo curare di ciò che gli altri dicono. Ma non posso non curarmene. E quindi come fare? Devo ascoltare tutto quello che mi viene detto e somatizzare, o non ascoltare nessuno?

Riconoscerete in questa foto una persona che lava una macchina. Tre anni fa ho avuto un incidente in auto; un camion per i trasporti eccezionali mi ha investito. Non mi sono fatto nulla, ma la macchina si è completamente distrutta.
Il giorno dopo sui miei social ho scritto un post nel quale dicevo: “ Quest’anno ho scritto il mio primo libro, sto bene in giacca, ho presentato degli eventi fichissimi, ho fatto il giro d’Italia e tutte cazzate di questo tipo.”
Ho concluso il post con una frase ironica, provocatoria: “Non è possibile che non esista una casa automobilistica che non mi regali una macchina.” Il primo esperimento italiano di crowdfunding personale. Detto anche scroccaggio.
La mattina dopo, con mio assoluto sconcerto mi chiama una casa automobilistica, e al telefono mi dicono “Abbiamo letto il suo messaggio, vorremmo regalarle una macchina”. Chiesi dov’era la fregatura. Se dovevo comprare qualcos’ altro, tipo delle pentole.
Ma ecco che arriva la mia macchina. Un’auto con un hashtag sulla fiancata #una macchina per Rudy. Le persone mi chiedevano ma chi è Rudy? Una persona con dei problemi? No sono io e sì, è una persona con dei problemi.

Il web italiano a quel punto si è spaccato, da una parte quelli che dicevano Rudy Bandiera è un genio, dall’altra parte quelli che dicevano Rudy Bandiera è un matto, e poi quelli che dicevano Rudy Bandiera è un ladro. Questa macchina l’avrebbero potuta dare a una onlus invece di darla lui. Gente che affermava che fossi ricco, e che me la sarei dovuta comprare, la macchina. Mia moglie leggeva queste cose, e ad un certo punto mi chiese se davvero fossi ricco.
Ve lo giuro mi sono sentito dire brutalità tremende. Una sera, mi sono addirittura trovato a piangere. Ho 44 anni. A piangere per quello che la gente diceva senza conoscermi.

Allora ho riflettuto, ma perché? Perché mi giudicavano. Non giudicavano il fatto. Giudicavano me, senza conoscermi. Da quel momento capii che devo ascoltare tutto quello che dicono gli altri quando il motore da cui sono mossi non è il risentimento, non è la rabbia, non è l’invidia e non è il giudizio.
Non possiamo giudicare quello che non conosciamo.
Possono dire Rudy Bandiera ha fatto una bellissima cosa, possono dire Rudy Bandiera ha fatto una bruttissima cosa, possono dire sa parlare, non sa parlare, è furbo, è intelligente, è brutto, ha la barba ispida. Ma non possono giudicarmi come individuo.
E da qui nasce il primo assioma: dobbiamo ascoltare tutti coloro che non giudicano. Perchè online è facilissimo puntare il dito e giudicare.

Oltre all’assioma ho pensato anche a sette regole. E poiché sono un genio creativo le ho chiamate le sette regole. Avevo pensato di chiamarle le otto regole, e metterne 7, allora lì sì, che sarei stato davvero brillante. Tuttavia mi pareva già sufficiente fare questa idiozia.
L’assioma l’abbiamo capito: il giudizio è il problema. Le regole sono queste:

Regola numero 1

Il mezzo è contenuto, sempre di più e lo sarà sempre di più. Noi siamo quello che gli altri percepiscono. Quindi noi siamo quello che comunichiamo. Non credete a chi vi dice l’abito non fa il monaco, lo fa dannatamente.

Regola numero 2

Il vincere sempre, a tutti i costi non è essere vincenti, è essere arroganti. Non dobbiamo umiliare le persone con le quali comunichiamo su Facebook, Twitter o Linkedin per vincere in una discussione. Vincere solo, vincere sempre è arrogante.

Regola numero 3

Devi stare lucido e concentrato su chi hai “di fronte”. Pensate a skype. Quante volte vi è successo di fare delle skype call e sentire il vostro interlocutore dall’altra parte che scrive sulla tastiera. Fa incazzare da morire, stai parlando con me, o stai parlando con qualcun altro? Lucidi e concentrati sulla persona che avete di fronte. In quel momento è la più importante della vostra esistenza

Regola numero 4

Non devi calpestare b per andare da a a c. Oggi mettiamo tutto sul piatto del risultato. Se ho un risultato sono bravo – non è vero. Se hai fatto un percorso dignitoso, non umiliante per nessuno, che ti ha portato ad un risultato sei bravo. Dobbiamo riprendere in mano il discorso delle brave persone, dobbiamo far tornare di moda l’ essere brave persone. Chissenefrega dei risultati da soli.
Viviamo in un mondo con altre persone e non è il mio risultato che migliora tutto il resto, è il percorso che ho fatto per raggiungerlo

Regola numero 5

Non sei obbligato a partecipare a tutte le discussioni
La settimana scorsa ho trovato qualcuno che ha scritto “Quello che penso io vale quanto quello che pensi tu”. Ma chi l’ha detto? Se si sta parlando di social e di tecnologia, e tu fai il chirurgo, scusa ma il tuo giudizio non ha lo stesso peso del mio. Se si sta parlando di medicina, tu fai il chirurgo e io faccio il muratore, il mio giudizio non vale quanto il tuo.
Non devi per forza dire la tua. Ascolta. Stai zitto ogni tanto.

Regola numero 6

Hai una responsabilità verso tutti.
Se qualche tempo fa andavi nel bar e dicevi una cazzata, la gente attorno ti dicevo taci. Ti pagavano una spuma e ti mandavano a casa
Oggi non è più così, quando comunichi sul web hai il potere e la capacità di influenzare migliaia di individui. Devi esserne tu il responsabile. Non deve esserne responsabile la piattaforma, ma tu.

Regola numero 7

Sei sempre in pubblico anche quando sei in privato. Capita sempre più spesso che le conversazioni private arrivino in pubblico. E questo non va assolutamente sottovalutato. Le comunicazioni che avvengono online sempre più spesso hanno luogo in canali privati, gruppi chiusi, gruppi segreti. Dobbiamo sempre ricordare che quello che scriviamo nelle nostre chat può uscire. Non è bello, non è giusto, ma può accadere. Pensate a tutti i casi di cyberbullismo, ma anche ai casi delle banche accaduti recentemente. Fate sempre molta attenzione a quello che scrivete, anche se in privato.

Ed infine, ecco un’ultima considerazione, secondo me anche piuttosto interessante, che ho voluto chiamare la teoria delle cerchie ristrette. Perché mi piace dire che costruisco delle teorie. Secondo questa teoria, non importa quello che fai, o che sei diventato, o come ti vedono gli altri. I tuoi amici di vecchia data ti vedranno sempre e comunque come il solito pirla. Con amore, benevolenza e dolcezza, ma un pirla.
Io ho scritto tre libri, l’ultimo con la casa editrice più importante d’Italia. Mia moglie non ha letto nessuno dei miei libri. Li ha tutti sul comodino, ma non ne ha letto neanche uno. C’è stata una volta in cui le ho chiesto: “Ma ti fanno schifo? Perché non li leggi?” “Ma dai, ti conosco da una vita. Siamo insieme da una vita. So cosa pensi” è stata la risposta.
I miei amici, con cui faccio aperitivo tutti i venerdì sera da vent’anni, alcuni li conosco da trenta, hanno tutti i miei libri e nessuno ne ha letto uno.
Ho iniziato a chiedermi perchè, e poi ho chiesto a loro. “Ma si dai, ma dai”. Fine della risposta.
Sapete il motivo? Il motivo è semplice, per loro Rudy Bandiera è quello delle grigliate, quello delle sbronze al venerdì sera, è quello del dai andiamo a mangiare il pesce al mare, è quello del dai facciamo un LAN party di domenica a 40 anni.
Rudy Bandiera è quello che fa da sempre queste cose con loro.

Vi voglio quindi lasciare con tre riflessioni molto semplici. Sul web fate come il clochard di Madrid, date informazioni utili, oggettive, funzionali e ricordate di occuparvi di quello che dicono gli altri solo se non vi giudicano. E poi, rimanete per i vostri amici degli amabili pirla.

 

INGLESE 

Grazie a Francesca Gardenghi per la traduzione

Have you ever been on holiday? Once in your life, at least once. I went only a few times, and the last one, if I remember correctly, was in May this year.
I went to Madrid. Something funny happened when I was in Madrid. Like in almost every city, in Madrid as well there are homeless people that beg. But how do they communicate with us? How do they ask us for money? Which strategy do they use? I don’t want to talk about a social issue, I’m just focusing on communication.
People that beg for money normally appeal to our sense of guilt, or to our pity: we are strolling down a beautiful street, with a beautiful view, beautiful shops.. and they sit there openly showing us their everyday struggle. Sometimes they even have physical issues, such as malformations.
We know they’re in need, we are objectively aware of that. But still, we don’t give them money. Why?
I believe three concepts play a role in this. The first one is: I would give him/her money, but if I do then I’ll have to do it with all of them, and I can’t go out every day with a hundred euro just to give charity. The other one is, even if I give him/her the money, there’s probably a racket and he/she will just be forced to give them to the boss. And finally, this person should work! He’s massive, he can go pick some tomatoes. And you don’t give them any money.

Going back to my holiday in Madrid, I was walking down La Via Grande, which you’ve probably heard of, quite a rich street full of nice shops. At some point I saw a homeless person, a clochard, just sitting there on the street.
He wasn’t doing anything, but still, I could see people giving him money. I walked up to him and while walking I thought, this is the communication’s Graal. If I understand what he’s doing, I’ll be rich doing nothing. I even saw a guy that smiled at him and shook his hand.
When I was close enough I noticed that he had three tiny boxes in front of him. On each one was a different sign saying “this is for beer”, “this is for wine” and “this is for whiskey”. And then I laughed and thought, look how cool this is. I think I’ll grab a beer. And I gave him the money for the beer. Probably killing him, since if he really does what he says he’ll do with that money he’ll soon be sick of cirrhosis.

At that point, I started to think hard about why I gave him the money. Why didn’t I give anything to people with no arms and no legs but I did to him?
And then I understood. Every time we do something we do it for us, not for the others. Or, for us and the others. The clochard didn’t ask for anything. He was sitting there and he made me laugh. He gave me something, he didn’t ask for something. He gave me a positive feeling and since he didn’t ask for anything back I gave him something.
If I never thought about this before in 44 years of my life, then there is surely something else that happens online of which we can’t give an exact evaluation.
The online world as we know it now didn’t exist ten years ago.

But right now, having any sort of interaction online is a common thing. We can’t even say that we go online, we constantly are online. On average, Italians check google 30 times per day. A millennial checks his phone 250 times per day, with no notifications. Guess how many times he’d check it if he had some.
Evidently, there are things happening online that we can’t totally comprehend, as ten years ago none of those existed. We’re missing out on common rules to regulate this phenomenon.
Let me just give you one example: online disinhibition.

Online disinhibition happens, basically, when people tend to do more online than offline. More specifically, when we argue with someone offline, or when we insult someone offline, we suffer as well. When we do it online, this doesn’t happen. But, and be careful here, if we are being insulted online we suffer, as much as we would suffer if this attack would happen offline. This is exactly what “haters” do. It also explains why some people particularly famous on the web in Italy, women especially, are victims of daily web attacks that would never happen in a real-life confrontation.

We are, right now, experiencing something new. It’s a new world. It doesn’t matter what you think if you like it or not, it is a fact. We are not capable anymore of having a full comprehension of what’s happening around us. Therefore we need new rules.

And that’s when I started to think that first of all, I would have needed an axiom. Something like the Einstein’s relativity theory. Something that can explain every activity, content, person or fact happening online.
During my research, I found an incredibly beautiful book. If you have the chance read it. “A million little pieces” by James Frey. It talks about a guy that is able to put an end to every sort of possible addiction. While reading it I found this beautiful sentence that stated: “If you care about what others think of you, then you will always be their slave.”
There we go I thought, I found my mantra. I can’t care about what others think otherwise I become what others want me to be. If I stop considering what people say about me online I’ll be a free man.

At the same time, I found another sentence of a German psychology called Sigmund: I’m not going to mention his last name since I’d never pronounce it right.
The sentence is unbelievable “ Human life has always been lived in groups, sharing is a fundamental element of living. Mental health is strictly compatible with this part of our existence. We can’t not care about others otherwise we would be mentally insane.”
So you see how we are stuck in a loop: to be free I shouldn’t care, but to be healthy I have to. So what should I do? Should I listen to what other people say or shouldn’t I?

You see in this picture someone washing his car. Three years ago I had a car accident. A truck ran over my car. I was fine but I obviously had no car left. The day after the accident I posted something on my social where I stated all the nice things I did throughout the year. “ I wrote a book, I look good in a suit, I presented some really cool events, I traveled around Italy…” and all this sort of shit. At the end, I put a provocative sentence wondering if it was possible that there was no car firm willing to give me a car for free. A nice present. The first experiment of “personal crowdfunding”.

The following day a car company calls me and tells me they want to give me a car. I thought they were joking, I asked them where was the trick and if I had to buy something else, like a set of pots and pans. But here comes my car with a hashtag on the side “#acarforRudy”. People were stopping me on the street asking me “ But who’s Rudy? Is he someone with problems, issues?”. No, it’s me, and yes he is someone with issues.
The Italian web was split. Some were calling me a genius, some were calling me mad, some others a thief. They should have given the car to a non- profit organization many said. He should have bought the car, he’s rich. At that point, my wife stared at me and asked if it was true that I was rich. I swear people were telling me the most horrible sort of things. I found myself crying, at the age of 44 because of what strangers were saying.
But Why? Because they were judging me, they weren’t judging the fact, or what happened, they were judging me as a person.

I finally started to realize that, yes we should listen to what others say, but only when is not driven by anger, jealousy, resentment, envy, and judgment.
We can’t judge what we don’t know. They can say Rudy did something beautiful, Rudy did something horrible, Rudy he’s ugly, Rudy is good at talking, or he isn’t, his beard is stubbled, he’s smart etc. But they can’t judge me as an individual.
This is the first axiom: we should listen only to people that do not judge. Judging online is too easy. And we should all get rid of this.

Besides the axiom, I thought about seven rules. And since I’m a creative genius I named them the seven rules. I should have called them the eight rules, and then only put seven. At that point yes, I would have definitely been a genius.

So there they are, the seven rules:
1) The media is the content: we are what people perceive. We are what we communicate. Clothes make the man. Now more than ever.

2) Winning always, at any cost, does not make you successful, it makes you are arrogant. We shouldn’t humiliate people we are communicating with via LinkedIn, Facebook, Twitter etc. just to win all the arguments.

3) You should always be focused on who’s in “front of you”. Think about a Skype call, how many times has happened that the person we’re talking to is typing. Excuse me? Are you talking to me or to someone else? Stay focused on who’s in “front of you”. At that moment, it is the most important person of your existence.

4) You shouldn’t walk over b to go from a to c. Today we weigh everything according to the result. If I achieve my result then I’m good. Not true. You’re good if everything you did while getting to your result was respectable. If you haven’t humiliated anybody while accomplishing it, then you’re good. Being a good person is old fashioned. We should bring it back into style.

5) You don’t have to take part in every discussion. Last week I read that someone said: “ What I think is worth as much as what you think”. But hang on, since when? If we’re talking about medicine, you’re a surgeon and I’m a carpenter, I’m sorry but your opinion/judgment is not worth as mine. You don’t always have to say what you think. You can listen too. Be quiet sometimes.

6) You’re responsible towards everybody. We really need to picture this. If not long ago you were at a bar and came up with something really really stupid, your friends would have told you to shut up, paid you a beer and sent you home. Well, this is not the case anymore. You can influence thousands of people every day of your life and you should be responsible for this. Not the platform, you.

7) You could always become public. It happened quite often, recently that private conversation became public. Online chatting is increasingly taking place in private, or secret groups. But you should keep in mind that what you write there could be read by everybody one day. It is not fair, it is not right but it can happen. Just think about all the cyberbullying cases.

And finally, I thought about one last theory which I decided to call “ the theory of inner circles”. Because I like saying that I make up theories. According to this one, it doesn’t really matter who you became, what you did or how other people see you. Your old folks will always see you as the same old fella. For example, I wrote three books, the last one with the major Italian publisher. My wife didn’t read any of them. They’re all sitting there on her bedside table. Once I asked her if they suck so badly. Why don’t you read them? and she said, “ Come on, I’ve been knowing you for my entire life, I know what you think.”
My friends, that I’ve been seeing every Friday night for the past twenty years, all have my books and none of them has read one. I started to ask them why. “ Oh come on, come on..” that’s it, that was the answer. End of the story.
And you know why? Because for them I will always be the same old Rudy that wants to party, to get drunk on a Friday night, that wants to go to the beach and have a bbq, that throws a LAN party on a Sunday at 40 years old. Rudy is the guy that has always done this with them.

I would like to leave you with three simple things to think about.
On the web do like the homeless man in Madrid, communicate in an easy, understandable, objective and functional way. Remember to care about what others say only if they are not judging you. And then, just be the same old fella for your old folks.