Andrea Pignataro è l’uomo più ricco d’Italia, più di Ferrero, con un patrimonio stimato in 42,8 miliardi di dollari. Ex trader, nel 1999 fonda e diviene AD del gruppo ION che acquisisce aziende di software, dati, analisi e partecipazioni in banche. Uno che la sa lunga ma che non è per nulla tranquillo
Pignataro ha pubblicato un documento pubblico intitolato The Wrong Apocalypse (L’Apocalisse sbagliata), dove lancia un allarme sul rischio dell’utilizzo dei più diffusi strumenti di IA. Di seguito il distillato, visto con gli occhi di Rudy Bandiera 🙂
Nelle ultime settimane il settore del software è entrato nel panico, con oltre 2 trilioni di dollari bruciati in borsa.
Il vero terremoto però è altrove: nei giochi di linguaggio che tengono insieme istituzioni, aziende e lavori, perché non basta che l’AI “sappia fare il compito” per sostituire una persona o un software.
Il software enterprise non serve solo a fare cose, ma a coordinare persone che non hanno le stesse informazioni, gli stessi incentivi, lo stesso potere. È grammatica organizzativa, non solo calcolo.
Da qui nasce quella che possiamo definire “fallacia della sostituzione”: siccome un agente IA sa scrivere contratti o ticket, allora può sostituire CRM, ERP e compagnia. Ma non è così, esattamente come un consulente brillante non elimina PowerPoint, perché il valore non è nella singola slide, ma nello standard condiviso che permette all’intera organizzazione di capirsi al volo.
La parte inquietante però è un’altra: ogni azienda che adotta piattaforme chiuse di IA pensa di guadagnare produttività, ma in realtà sta insegnando al modello il “gioco di linguaggio” del proprio settore. Consulting, legale, contabilità e marketing usando l’IA contribuiscono a costruire una mappa dettagliata di come funziona davvero il lavoro di quell’industria e il risultato è che la piattaforma, un pezzo alla volta, diventa capace di fare direttamente quello che prima facevano gli intermediari umani.
Di fatto ogni impresa si affretta a usare l’AI per non farsi superare dai concorrenti, ma tutte insieme stanno accelerando la propria disintermediazione.
C’è uno spiraglio: costruire capacità interne, modelli open source e infrastruttura proprietaria, per non regalare il proprio “sapere istituzionale” a piattaforme che hanno, per definizione, incentivi divergenti dai nostri. E c’è anche un paradosso europeo interessante: la nostra lentezza, tra regolamenti, frammentazione e burocrazia, potrebbe funzionare come freno di sicurezza alla velocità del collasso.
In sintesi, stiamo ponendo la domanda sbagliata: non “l’AI può fare il lavoro di X?”, ma “cosa succede quando scopriamo di avere addestrato le IA a giocare senza di noi?”.
Qua torno Rudy Bandiera e aggiungo una cosa: non è solo un tema tecnologico o di mercato, ma una transizione di civiltà che stiamo affrontando con la leggerezza di chi guarda “solo” il titolo in Borsa, senza vedere il taglio che stiamo dando al ramo sul quale siamo seduti.