Hai presente quando ti svegli la mattina e la prima cosa che tocchi non è il pavimento ma lo schermo del telefono?
Apri gli occhi, ancora mezzo rimbambito, e prima ancora di chiederti come stai ti chiedi cosa è successo online mentre dormivi.
Mail, WhatsApp, notifiche, social, aggiornamenti: fai il giro di tutti, come se dovessi timbrare il cartellino come quello che io timbravo in fabbrica (il mio numero di matricola era 412, me lo sono tatuato sul braccio destro per ricordare quegli anni).
Byung-Chul Han parla di “vita nell’alveare”, una condizione in cui siamo sempre raggiungibili, sempre esposti, sempre connessi, ma paradossalmente sempre più soli.
Non c’è più differenza tra tempo di lavoro e tempo di riposo, tra dentro e fuori: è tutto un unico rumore di fondo che ti accompagna ovunque vai.
Essere iper-connessi significa questo: non avere più un vero offline. MAI.
Il risultato è che non sei mai del tutto presente da nessuna parte, perché una parte di te è sempre in attesa che succeda qualcosa nello schermo.
Forse non abbiamo bisogno di più connessione, ma di connessioni migliori.
Meno gruppi e più conversazioni, meno notifiche e più volti, meno “online quasi costantemente” e più “offline deliberatamente”.
Non si tratta di odiare il digitale, lo ripeto sempre è stata la mia salvezza e la cosa che mi ha fatto uscire dalla fonderia, ma di ritornare a un’idea semplice
che esista ancora un tempo che non suona, non vibra, non lampeggia.
Un tempo in cui, se qualcuno vuole davvero parlarti, lo fa… facendolo e non taggandoti in una storia.