Hai presente quando sei sul divano, il piatto ancora nel lavandino, e ti ritrovi a mettere like alle foto di sconosciuti che festeggiano compleanni a Dubai mentre tu non hai ancora tolto il pigiama di Natale?
Non li conosci, non li conoscerai mai, ma da qualche parte nel cervello scatta la vocina “io, nella mia vita, dove ho sbagliato?”.
Succede perché il nostro cervello non è nato per gestire queste cose qua.
Robin Dunbar dice che siamo cablati per gruppi da circa 150 relazioni “vere”, quelle in cui se hai un problema loro ti aiutano e tu aiuti loro, non per avere 4.000 “amici” e 20.000 follower che ti fanno le feste a suon di cuoricini ma non ti portano l’aspirina quando hai la febbre.
150 è detto, pensa un po’, il numero di Dunbar: oltre quella soglia, la gente diventa folla indistinta, non persone: sono numeri, avatar, statistiche, e tu ti ritrovi in mezzo a un condominio emotivo dove tutti parlano ma nessuno ti conosce davvero.
Nel frattempo la macchina dei social, quella vera, lavora a un altro livello.
Shoshana Zuboff la chiama “capitalismo della sorveglianza”: ogni tuo scroll, sosta, zoom su una foto viene trasformato in “surplus comportamentale”, dati spremuti dalla tua vita quotidiana per alimentare mercati che comprano e vendono previsioni su ciò che farai fra cinque minuti, domani o tra un anno.
Non si limitano più a sapere chi sei, iniziano a modellare i tuoi comportamenti, a spingerti appena appena dove “conviene” che tu vada: cosa vedere, cosa desiderare, cosa temere.
Mi viene da pensare che il gesto più rivoluzionario che possiamo fare, nel 2026, è invitare a cena delle persone in carne e ossa invece di accumulare il prossimo centinaio di follower.
Tavoli, sedie, tempo e attenzioni scambiate senza filtri e senza algoritmo, dare di nuovo il peso che si meritano a quei 150.