Hai presente quando apri il telefono “solo un secondo” e ti ritrovi, un’ora dopo, con il pollice che scorre da solo e il cervello in modalità frullatore, incastrato tra gattini, complotti e tutorial motivazionali su come diventare miliardario entro venerdì?
Ecco, mentre pensi di essere tu a usare la tecnologia, in realtà c’è un esercito di algoritmi che ti studia, ti misura, ti profila e, piano piano, ti conosce meglio di quanto ti conosci tu, proprio come racconta Yuval Noah Harari in Homo Deus, quando parla di “algoritmi non coscienti ma molto intelligenti” capaci di hackerare l’umanità.
Il rischio non è Terminator (spero), ma qualcosa di molto più noioso e pernicioso: smettere di scegliere davvero, delegando sempre più decisioni a sistemi che “sanno già cosa è meglio per noi”, fino al punto di diventare, come teme ancora Harari, economicamente inutili e politicamente irrilevanti mentre una piccola élite potenziata (come nei libri Cyberpunk) gioca in un campionato biologico a parte.
Ma nelle sue pagine c’è anche l’altra faccia della medaglia: le stesse tecnologie possono eliminare lavori usuranti, prevenire incidenti, curare malattie e liberarci tempo come nessuna rivoluzione precedente, a patto di decidere consapevolmente come usarle e non lasciare che siano loro a decidere al posto nostro.
Credo che oggi, la mossa intelligente, sia tornare a coltivare ciò che nessun algoritmo può copiare: gusto, pensiero critico, capacità di dare significato, relazioni vere.
Mesi fa, in un post di qualcuno di cui adesso non ricordo il nome, ho letto questo passaggio che mi ha colpito molto. Il mio consiglio è questo: smetti di studiare l’AI. Studia tutto il resto. Leggi romanzi russi dell’Ottocento. Guarda film ungheresi degli anni ‘60. Ascolta jazz etiope. Impara a cucinare il ramen. Fai un corso di ceramica. Viaggia in posti dove non c’è il Wi-Fi. Spezzati il cuore. Ricomponilo. Ricomincia.