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30 Luglio 2026

Quando non ci siamo più dove vanno a finire i nostri dati?

di Rudy Bandiera

Dove vanno tutti i segreti che abbiamo sul telefono, tutte le foto, tutte le email e tutto quanto? Chi ha il diritto di entrarci e soprattutto ci hai mai pensato che potrebbe essere un problema per chi rimane? L’eredità digitale oggi è un pezzo enorme della nostra vita “oltre”, per così dire, ma è ancora gestita come se fosse solo un mucchio di foto e password buttate in un cassetto mentale in fondo alla testa. Ma sì, non ci penso, ma si dai porta sfiga, ma si dai ci penso quando è il momento, ma si dai vuoi che capiti proprio a me… Troppe Robe del genere. ​​

Se ci pensi, la nostra vita online è una specie di seconda casa: ci vivi dentro tutti i giorni, ma quasi nessuno lascia le chiavi a qualcuno in modo chiaro. La nozione di eredità ormai non è più solo mattoni, conti correnti e quadri della zia, ma anche beni e diritti digitali, cioè tutte quelle cose che non puoi toccare ma che esistono e hanno valore: chiavi crittografiche, file, credenziali di accesso, wallet, documenti nel cloud, licenze software, domini internet, persino le skin di alcuni videogiochi se hanno un mercato reale. Qualche giorno fa ho sentito la radio la storia di una persona scomparsa improvvisamente che ha lasciato la famiglia tre Bitcoin, totalmente inaccessibili da chiunque perché lui non aveva passato la password a nessuno. Si parla di centinaia di migliaia di euro… Solo per il fatto che, ma si dai tanto ci penserò. Tutti questi elementi possono entrare nel testamento come qualsiasi altro bene, perché dietro ogni “cosa digitale” c’è una forma di proprietà o di diritto: puoi lasciare l’hard disk, ma anche il contenuto dell’hard disk, puoi trasmettere il portafoglio di criptovalute ma anche la chiave che lo apre. Il problema è che non tutto quello che viviamo online è davvero nostro: molti contenuti sono solo in licenza, come ebook, film comprati su piattaforme streaming, librerie digitali in cui siamo meri utilizzatori, e lì l’eredità si ferma perché la licenza si esaurisce con noi.

È una specie di grande equivoco: pensiamo di “possedere” ogni cosa nella nostra vita digitale, mentre in realtà una parte ce l’abbiamo davvero, una parte ce la prestano, e un’altra parte è addirittura illegale, tipo i contenuti piratati che, ovviamente, non possono essere trasmessi per testamento perché il problema non è solo morale ma proprio giuridico. Poi c’è la questione degli account, che è dove inizia il dramma umano più interessante. Quando svaniamo, i nostri profili non è che svaniscono con noi: le piattaforme li trattano in modi diversissimi, creando scenari che vanno dal rispetto alla ghost story digitale. Facebook, per esempio, ha codificato la cosa con il “profilo commemorativo”: il tuo account viene congelato, non pubblica più niente, ma i contenuti restano visibili e la bacheca diventa una specie di spazio della memoria su cui gli altri continuano a scrivere. Tu, prima di svanire, puoi scegliere un “contatto erede”, cioè una persona che gestisce alcune funzioni del tuo profilo quando sarà memorializzato: può cambiare foto profilo e copertina, scrivere un post fissato in alto, accettare nuove richieste di amicizia di persone che ti conoscevano ma non ti avevano “aggiunto” prima. Può anche, se gli dai il permesso in vita, scaricare un archivio di foto e post, ma non può entrare nel tuo account come se fosse te e non può leggere i tuoi messaggi privati, quindi niente curiosate nelle chat per capirci. Google ha scelto un approccio diverso, molto da ingegnere, che io trovo perfetto per molte ragioni: ha inventato l’account inattivo, un sistema che ti permette di decidere in anticipo cosa deve succedere ai tuoi dati quando smetti di usare l’account per un certo periodo. Tu stabilisci un tempo di inattività, per esempio 6 o 12 mesi, e se in quel periodo non dai segni di vita digitale, Google considera l’account “inattivo” e fa partire il piano che hai deciso: puoi scegliere di cancellare tutto, o di condividere specifici dati con persone fidate, fino a dieci contatti, selezionando tipo Drive sì, Gmail no, Foto sì, YouTube forse. È come scrivere un piccolo testamento tecnologico direttamente nelle impostazioni: vuoi che le tue foto di famiglia restino, che i tuoi documenti siano scaricati da qualcuno, ma che la cronologia delle ricerche venga bruciata all’istante? Puoi. Se non imposti niente, Google non condivide dati con nessuno, anche se sei chiaramente sparito dai radar, e solo in casi particolari, a seguito di richieste formali con certificato e documentazione, i familiari possono chiedere la chiusura dell’account o l’accesso ad alcune informazioni, ma niente password, niente accessi travestiti da te.
Personalmente è il sistema che preferisco perché ti lascia la scelta completa e totale di cosa accadrà dopo. Molte altre piattaforme, soprattutto quelle più piccole o meno strutturate, si limitano a chiudere l’accesso oppure restano immobili finché non arriva un ordine di un giudice, creando il famoso “limbo digitale”: milioni di profili, caselle email, account di forum, server di gioco, che restano lì, tecnicamente attivi, ma senza nessuno che se ne occupi davvero. È un universo di avatar orfani che continuano a esistere senza più il loro proprietario, e che spesso la famiglia non sa nemmeno che ci siano.

Dentro questo scenario, il “contatto erede” diventa un personaggio narrativo potentissimo. Molti, per comodità o superficialità, nominano come contatto erede un amico, un collega, qualcuno di cui si fidano per la vita digitale, ma senza pensare alle dinamiche familiari. E qui nasce il paradosso: dopo la scomparsa, quella persona si ritrova in mano il controllo della memoria digitale di chi non c’è più, con le foto personali, i post, i commenti, forse anche l’accesso a contenuti che la famiglia non immaginava, mentre il coniuge o il partner restano fuori dalla porta. Senza istruzioni precise, il contatto erede deve interpretare cosa sarebbe “giusto” fare: cancellare certe cose per proteggere la reputazione, conservare tutto per rispetto alla memoria, oppure rendere pubblici dei contenuti che possono complicare parecchio i rapporti tra chi resta. È facile immaginare la scena del contatto erede che gestisce, magari con buon senso, le foto di vacanza e i messaggi pubblici, mentre la famiglia lo guarda con sospetto, chiedendosi perché proprio lui, perché non loro.

Il diritto oggi cerca di mettere un po’ d’ordine partendo da un concetto chiave: la volontà espressa in vita. Il titolare dei dati dovrebbe indicare chiaramente chi deve gestire la sua eredità digitale e cosa farne, con dichiarazioni chiare e univoche. Non bastano gli “accordi tra amici” o i foglietti scritti a caso: serve qualcosa che abbia un minimo di forma, perché si entra in un territorio dove le parole non possono essere confermate. Se mancano queste istruzioni, gli eredi possono comunque provare a far valere i propri diritti, ma si scontrano con le policy delle piattaforme e, spesso, tra loro: c’è chi vuole conservare ogni traccia, chi vorrebbe ripulire tutto, chi pensa che alcune cose debbano diventare pubbliche, magari per tutelare un’immagine o per raccontare una storia. Gli strumenti pratici, in concreto, esistono già e non sono fantascienza. Il codice civile ti permette di usare il testamento non solo per distribuire patrimoni, ma anche per disciplinare rapporti personali e aspetti non patrimoniali, comprese le istruzioni sui dati. Dentro un testamento tradizionale puoi inserire una sezione dedicata all’eredità digitale: un elenco degli account, l’indicazione di chi deve ricevere le password o le chiavi crittografiche, le istruzioni su cosa cancellare e cosa conservare, cosa rendere pubblico e cosa proteggere. È una sorta di indice della tua vita online, messo in forma: profili social, servizi cloud, wallet di criptovalute, domini, blog, archivi di foto e video, con specificato cosa deve succedere a ciascuno. Da qui nasce l’idea del “testamento digitale”, un documento spesso redatto insieme a un notaio o a un avvocato, che organizza in modo sistematico il destino di account, dati, criptovalute e contenuti online quando non ci saremo più. È diverso dal foglio con le password nel cassetto: è strutturato, contestualizzato, pensato per dialogare sia con il diritto tradizionale sia con le policy delle piattaforme. Può prevedere, per esempio, che una certa persona riceva l’accesso al tuo archivio foto nel cloud, che un’altra sia responsabile della gestione del tuo canale YouTube, che un’altra ancora abbia la chiave del tuo wallet cripto e le istruzioni per trasferire i fondi agli eredi. In parallelo si sono sviluppati servizi terzi, una sorta di cassaforti digitali che custodiscono le credenziali in forma cifrata e le rilasciano solo al verificarsi di certe condizioni: la certificazione dell’evento, il passare di un certo tempo, l’autorizzazione combinata di più persone. È come mettere le chiavi di tutte le tue stanze digitali in un caveau: finché sei vivo, tu solo le usi; quando non ci sei più, le chiavi escono e vanno a chi hai deciso.

Il punto delicato, qui, è la fiducia: stai consegnando a un soggetto terzo, che non è un familiare né un notaio, il nucleo più sensibile della tua vita digitale, e devi sperare che il sistema sia robusto, sicuro e come minimo duraturo nel tempo. Sul piano giuridico, la cornice non è così ovvia come sembra. Il GDPR, cioè il grande regolamento europeo sulla protezione dei dati, teoricamente si applica solo alle persone fisiche vive però gli Stati membri possono decidere diversamente, e l’Italia lo ha fatto: l’articolo 2 del Codice Privacy estende la tutela anche a chi non c’è più, permettendo a chi ha un interesse proprio, agli eredi o a chi agisce per ragioni familiari meritevoli di protezione di esercitare i diritti sui dati, come accesso, cancellazione, rettifica. Questa norma dice sostanzialmente: anche dopo il passaggio oltre, i dati non diventano terra di nessuno, qualcuno può continuare a controllarli, a chiedere che vengano cancellati o conservati, a intervenire se vanno usati in modo scorretto. Ma aggiunge un pezzo fondamentale: chi non c’è più, quando c’era, può aver vietato espressamente e per iscritto l’esercizio di questi diritti, con una dichiarazione chiara e non equivoca indirizzata al titolare del trattamento, cioè alla piattaforma o all’azienda che gestisce i dati. In pratica, puoi dire: “Dopo di me, nessuno deve entrare nei miei dati personali, nemmeno gli eredi”. È un modo per tutelare una certa idea di privacy ma questo divieto, però, ha dei limits chiari: non può danneggiare i diritti patrimoniali degli eredi né impedire a terzi di difendersi in giudizio. Se nei tuoi dati ci sono elementi importanti per una causa ereditaria, per un contenzioso o per tutelare qualcuno, la legge non ti permette di chiudere tutto sotto chiave assoluta. È un equilibrio sottile fra la privacy e la necessità di usare i dati per far funzionare la giustizia e i rapporti patrimoniali in modo corretto.
Il risultato è che oggi l’eredità digitale non è più solo una questione di “chi prende cosa”, ma di “chi può vedere cosa, per fare cosa, e fino a che punto”. È l’incrocio tra memoria, identità, diritti patrimoniali, diritto alla privacy dei vivi e di chi non c’è più, e rapporto con piattaforme che hanno regole loro, spesso scritte pensando più al rischio legale che all’etica della memoria. Ed è anche un grande tema culturale: se continuiamo a trattare la vita digitale come un’appendice, continueremo a lasciare dietro di noi scatoloni chiusi pieni di contenuti che nessuno saprà gestire, con contatti eredi improvvisati che si ritrovano un potere che non pensavano di avere e famiglie che si muovono in un momento difficile sempre più connesso, ma non per questo più risolto.

Io, da parte mia, ho fatto una cosa semplice: ho impostato, su tutte le piattaforme dove è possibile, mia moglie come contatto erede, in modo che possa entrare, gestire o scaricare i dati. Ho poi dato alla persona di cui mi fido più di tutta la mia vita la master password della mia applicazione di gestione delle password, così che, se mi dovesse succedere qualcosa, lui e mia moglie possano accedere a ogni cosa, sistemare ogni cosa e vivere un po’ più sereni rispetto a come si vive in condizioni di questo tipo. Non è che, solo perché non ci sono più io, non devo più pensare a chi rimane: credo sia molto rock’n’roll.

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