Hai presente quando accendi il telefono solo per un secondo e ti ritrovi venti minuti dopo a litigare nei commenti sotto un post che non ricorderai domani?
È strano, sant’iddio: sei entrato per controllare una notifica, esci con la pressione alta e la sensazione di aver speso energie mentali come se avessi discusso in Parlamento. Nel mezzo hai letto titoli indignati, meme, patetiche analisi in tre righe, gente che urla contro altra gente che non conosce. E se ti chiedi di che cosa stessero parlando, ti accorgi che non c’era un problema vero ma solo tifo.
Noam Chomsky, nelle “10 strategie della manipolazione attraverso i mass media”, spiega che il primo trucco del controllo sociale è la distrazione: tenerti occupato, occupato, occupato, inondandoti di stimoli e pseudo-problemi così non ti resta tempo né lucidità per guardare quelli reali.
Un altro meccanismo è creare problemi e poi offrire soluzioni, montare una paura o un’emergenza per spingerti a chiedere tu stesso le misure che ti limitano. Il tutto condito da linguaggi semplificati e toni infantili.
A me tra l’altro ricorda qualcuno… comunque, la mossa furba non è certamente spegnere tutto e andare a vivere nei boschi, ma iniziare a praticare una piccola ribellione e chiamare le cose con il loro nome: se stai solo scrollando non è informarsi, se nessuno ascolta non è dibattito, se l’hai presa già pronta in formato slogan non è una tua opinione.
Ritagliarsi tempi in cui leggere davvero, parlare davvero, pensare davvero diventa un atto quasi politico, perché restituisce a te la regia di ciò che entra nella testa. In un mondo che ti vuole distratto e colpevole, scegliere consapevolmente dove guardare è forse il gesto più semplice e più sovversivo che DOBBIAMO permetterci ogni giorno.