In USA, in vista delle elezioni di metà mandato del 2026, un numero crescente di elettori ha iniziato a fotografare la propria scheda elettorale e a chiedere a Claude o a ChatGPT chi votare. Non sto scherzando e non sto esagerando, è successo davvero, e più di una volta
Capite bene perché questa storia mi interessa più di molte altre perché qui non parliamo di produttività, non parliamo di aziende che tagliano costi, parliamo del meccanismo più delicato che abbiamo, la democrazia, e di come le persone stiano iniziando a delegare a un sistema statistico allenato su testi di internet una decisione che un tempo richiedeva ore di lettura di giornali, programmi elettorali e dibattiti.
E la cosa che mi fa riflettere di più non è che lo facciano, perché capisco benissimo la fatica e il tempo che manca a tutti, ma è quanto si sentano sollevati nel farlo, quasi liberati da un peso.
Il problema, lo dicono anche i ricercatori interpellati dal Times, è che questi strumenti tendono a specchiare le nostre convinzioni più che a offrirci fatti oggettivi, e restituiscono risposte sicure e ben scritte anche quando l’informazione sottostante è incompleta o distorta.
E i candidati più bravi a farsi notare online, quelli con più comunicati stampa e più bullet point pubblicati in rete, finiscono per risultare più “visibili” anche agli occhi di un’intelligenza artificiale che macina testo, non necessariamente più validi.
Io continuo a pensare che l’Intelligenza Artificiale sia uno strumento potentissimo quando amplifica il nostro giudizio, e pericoloso nel momento esatto in cui lo sostituisce senza che ce ne accorgiamo.
La domanda che mi faccio, e che lascio a voi, è questa: se un giorno decidessimo chi guida il nostro paese chiedendolo a un algoritmo che riflette quello che vogliamo sentirci dire, staremmo ancora scegliendo noi, o staremmo solo confermando noi stessi?
Credo che la risposta sia chiara a tutti.