Hai presente quando ti ritrovi alle due di notte a parlare col l’IA del cellulare perché “almeno lei mi ascolta”, mentre gli esseri umani della tua famiglia russano ignari nella stanza accanto o al tuo fianco?
Federico Faggin, in Irriducibile, ricorda che la coscienza è fatta di “qualia”, cioè di quelle sensazioni, emozioni, pensieri e perfino sentimenti spirituali che danno significato alle cose, e che i computer, per quanto veloci, mancano proprio di questa roba qua.
Il rischio è tutto qui: scambiare una macchina che imita alla perfezione empatia e ascolto per qualcuno che prova davvero qualcosa per noi, trasformando l’algoritmo in fidanzato, confessore o psicologo tascabile, quando in realtà (direbbe ancora Faggin che poi è l’inventore del microchip) dall’altra parte non c’è esperienza interiore, ma solo correlazioni statistiche travestite da “ti capisco benissimo”.
Eppure il motivo per cui ci caschiamo è profondamente umano: come ricorda Tom Standage il nostro cervello è un organo sociale, progettato per legarsi, per cercare occhi che ci vedono e orecchie che ci riconoscono. Abbiamo bisogno di “risuonare” in qualcuno, e se questo “qualcuno” è un “qualcosa” beh, allora poco male.
Forse la vera sfida è ricordarsi a ogni risposta perfetta che l’intelligenza artificiale può essere uno strumento, non un affetto: per l’amore, le domande difficili e le ferite profonde servono ancora corpi presenti, silenzi condivisi, mani vere e con l’artrite.
E allora ogni tanto chiudiamola, ‘sta chat, alziamo lo sguardo, facciamoci scrocchiare il collo e torniamo a cercare conforto in un caffè con un amico, in una passeggiata, in una chiacchierata storta ma autentica, che semmai ci fa stare male ma che ci fa pure crescere: meno terapia con il bot e più cucine, tavoli e partite online condivise.