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30 Aprile 2026

La trappola del “rispondimi quando puoi”

di Rudy Bandiera

Hai presente quando alle 23.47 ti arriva un messaggio con scritto “so che è tardi, rispondimi quando puoi” e tu… rispondi subito?

Sei sul divano, pantofola, copertina, neuroni in risparmio energetico, e parte la notifica del collega, del cliente, del gruppo “lavoro, ma con meme allegrissimi”. E tu, invece di ignorarla, ti senti quasi in colpa se non apri, se non scrivi almeno un “domani ti dico”.

Il filosofo Byung-Chul Han parla di un’epoca in cui non c’è più il nemico esterno che ti aggredisce, ma sei tu che ti spremi da solo, fino al burnout.

Non c’è più bisogno del capo che ti pressa con l’orologio in mano: adesso la frusta ce l’hai in tasca, sotto forma di smartphone, e ti dai addosso da solo, perché ormai siamo tutti sempre raggiungibili.

La verità è che molte delle richieste notturne non sono urgenti, sono solo immediate.

Non cambiano il mondo ne le domande urgenti ne le risposte impellenti, cambiano solo il tuo sonno e il tuo confine tra vita e lavoro, che diventa sempre più sfumato, sempre più negoziabile, sempre più “dai, è solo un attimo”.

Forse non serve una nuova app per gestire meglio le notifiche, serve spegnerle proprio. Da sempre sostengo che le notifiche siano il modo in cui chiunque può erodere il nostro tempo, proprio quando noi non abbiamo deciso di concederlo a nessuno.

Il mio telefono ha smesso di emettere qualunque notifica da anni.

Dovremmo ritornare a quando, se chiamavi qualcuno dopo cena, era o per cazzeggio (allora va sempre tutto bene) o perché c’era un’emergenza vera, non una mail da “inoltrare con urgenza”.

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