Hai presente quando apri un social “solo per cinque minuti” e alla fine ti ritrovi a guardare la vita degli altri come se stessi spiando tutto l’intero condominio dal buco della serratura?
Scrolli, metti cuori, ridi ai reel, ti arrabbi con uno che non conosci, ti confronti con foto di vacanze in posti assurdi, successi, cucine ordinate e incasinate.
E senza accorgertene inizi a misurare la tua giornata non su come ti senti, ma su come sembri rispetto a loro.
Marshall McLuhan diceva che “il medium è il messaggio”: non conta solo cosa guardi, conta cosa ti fa diventare il modo in cui lo guardi.
Un social pieno di vite fighissime non ti comunica solo contenuti, ti allena a vivere in modalità confronto permanente, come se ogni cosa fosse una gara silenziosa a chi sta “più in alto” nel feed. Ovviamente anche un Social pieno di vite sfigate non funziona…
Alla lunga rischi di conoscerli benissimo, quei tizi sul telefono: gli orari in cui postano, cosa mangiano, dove vanno, come sorridono in foto. Forse trovi anche me tra questi, non posso escluderlo, ma intanto conosci sempre meno te stesso, perché passi più tempo a guardare fuori che a chiederti davvero cosa ti fa stare bene dentro.
Non è questione di demonizzare i social, sono stati la mia grande fortuna e la mia salvezza, letteralmente, ma la questione oggi è usarli come si userebbe la TV negli anni ’90: si accende, si guarda qualcosa, poi si spegne.
Ritornare a quando la misura di una bella giornata non era quanto fosse instagrammabile, ma quella serena mancanza di spinta a raccontarla a qualcuno che, di fatto, non conosci davvero.