Il premio Nobel Joseph Stiglitz dice che oggi una fetta enorme della crescita USA è dopata da una bolla della IA e che, quando gli investitori capiranno che i margini non sono quelli da favola che si aspettano, lo schianto sarà una botta tutti, non solo per le big tech.
Il centro del ragionamento è semplice: la finanza sta scommettendo come se fossero garantite due cose, ovvero successo tecnico dell’IA e poca concorrenza, ma se la tecnologia funziona davvero e nel frattempo esplodono concorrenti ovunque, dai cinesi all’open source, i profitti si schiacciano e i ritorni che oggi tutti danno per scontati evaporano.
A quel punto ti ritrovi con un’economia agganciata agli investimenti fuori scala e a un effetto incasinante nel momento in cui l’IA comincia a sostituire lavori di routine cognitiva: ricerca, scrittura, analisi, back-office, amministrazione.
Il parallelo che fa con l’agricoltura del Novecento è, a mio avviso, illuminante: il salto di produttività lasciò a piedi milioni di contadini e le cose si aggiustarono solo con uno shock gigantesco come la Seconda Guerra Mondiale, cioè con uno Stato che interviene a mano pesante su industria e lavoro. Oggi, dice Stiglitz, quella infrastruttura non c’è: niente politiche attive serie, niente piani di riqualificazione massiva, niente strategia chiara su dove creare nuovi mestieri mentre l’IA ne erode altri.
Il buon Stiglitz mette un vincolo relativamente semplice da capire: durante la transizione devi investire nel capitale umano almeno quanto investi in GPU, altrimenti la bolla non è la tecnologia che scoppia, è la società che si spacca.
E allora il punto, per noi che con l’IA ci conviviamo ogni giorno, non è più che l’IA ci ruberà il lavoro ma chi e come sta costruendo l’infrastruttura umana per reggere il colpo. Perché possiamo anche uscire indenni dalla bolla finanziaria, ma se nel frattempo abbiamo desertificato competenze, tutele e percorsi di crescita, il lieto fine rischia di non arrivare mai.
Lo ripeto: la tecnologia non è un accessorio, è un modo di stare al mondo e oggi più che mai richiede forza e consapevolezza. Restare umani, restare vigili e non smettere di farsi domande è l’unica vera vittoria possibile. Perché se il problema comincia a essere fuori di noi, allora il problema è proprio questo pensiero.