Il capo di Instagram afferma che i social non creano “dipendenza clinica”, potrebbero causare qualche danno ma l’azienda è attenta a testare le funzionalità utilizzate dai giovani prima di rilasciarle. Ha detto…
Instagram non crea “dipendenza clinica” nel senso psichiatrico del termine, ma è progettato per massimizzare tempo e frequenza d’uso, soprattutto nei più giovani, usando le stesse leve psicologiche dell’intrattenimento e del gaming.
Questo secondo Adam Mosseri, capo di Instagram.
La frase è furba perché sposta il focus sul termine da usare e non sul design della baracca. Una slot machine non diventa meno problematica se non hai una diagnosi clinica di dipendenza e resta il fatto che è costruita per tenerti lì, a tirare la leva.
I feed infiniti, le notifiche, i filtri che ti “migliorano”, sono scelte di prodotto che lavorano su dopamina, confronto sociale, paura di essere esclusi, esattamente quelle dinamiche che stanno alla base delle piattaforme e della loro capacità di spostare miliardi di persone sui social.
Quello che emerge è che da una parte i legali dicono “nessuna prova scientifica che i social causino dipendenza”, dall’altra i documenti interni che paragonano il loro stesso sistema a Big Tobacco e al gambling.
Il punto sui filtri che imitano la chirurgia plastica è la dimostrazione plastica dell’evidenza, perché sapevano che aumentano il rischio di dismorfia corporea generando di fatto un branding dell’insicurezza: crei uno standard estetico irraggiungibile e poi ci costruisci sopra engagement, tempo speso, dati.
Mosseri dice “vogliamo essere il più sicuri possibile e censurare il meno possibile”, rivendicano funzioni che non usa nessuno come il mutare delle notifiche o il filtro contenuti adulti per i ragazzi ma sono palliativi solo per bullarsi. Un po’ come quei videogame che ti dicono “stai giocando da più di un’ora, fai una pausa”.
Ovviamente io non sto parlando di social buoni o cattivi ma si tratta di capire che esiste un modello di business basato sul tempo di attenzione e che quel tempo è attaccato alla psiche di persone vere, spesso adolescenti, spesso fragili.
E quando progetti piattaforme per “catturare” quelle fragilità, a un certo punto qualcuno ti porta in tribunale a chiederti conto delle scelte che hai fatto.
Se non altro per capire in quale direzione andare, in futuro.