Google sta trasformando Gmail nel centro di comando AI delle nostre vite digitali, ma il prezzo si paga in fiducia, dati e consapevolezza di quello che succede in quella scatola.
Dentro il caos degli otto milioni di messaggi da leggere tra principali, promozioni e roba varia, Gmail tira fuori un “rispondi a Franco dell’agenzia immobiliare” o “contatta il medico per l’antibiotico”, filtrando il rumore e trasformando la posta in una lista di azioni.
È comoda, soprattutto per chi vive di incastri tra famiglia e lavoro (tutti), ma implica una cessione di controllo: non sei più tu a decidere cosa guardare per primo, è l’algoritmo.
Nella versione gratis trovi risposte suggerite personalizzate sul tuo stile, riassunti automatici dei thread (comodissimo) e il tasto “Aiutami a scrivere” (STRAcomodissimo) che genera o risponde mail partendo da un prompt.
Per chi fa fatica a scrivere è oro, per chi vive di scrittura è un rischio: se deleghi troppo, il tuo tono si appiattisce e inizi a somigliare a un comunicato stampa, non a te stesso.
Le funzioni a pagamento sono più toste, ovviamente, tra cui puoi cercare le mail in linguaggio naturale (“chi era il tizio che mi ha parlato di CRM lo scorso anno?” ho provato ed è pazzesco). È la differenza tra rovistare in anni di archivio o avere un amico bravo di cui ti fidi e farlo fare a lui. Il punto è questo: ti fidi?
Il nodo è la privacy. Per funzionare, Gemini deve poter entrare nella tua posta (vi sta parlando uno che l’ha fatto entrare, ma sta riflettendo se farlo rimanere). Google dice due cose importanti: gli umani non leggono quello che scrivi o chiedi a Gemini e i dati di Gmail non vengono usati per addestrare l’AI. È il modello della “stanza privata”, l’elaborazione avviene dentro quattro mura virtuali, e io ci credo pure, ma in presenza di una citazione in giudizio, anche le interazioni con l’AI in Gmail possono essere consegnate alle autorità, esattamente come oggi accade per email e messaggi. E con i tempi che corrono, specie negli USA, un pensierino mi viene.
L’e-mail di fatto non è mai stata veramente privata, è sempre stata basata sulla fiducia nel fornitore e nel quadro legale, non sulla segretezza. L’AI dentro Gmail non cambia la regola, ma la rende solo più evidente.
Il vero tema, alla fine, non è se usare o meno l’AI, ma quanta parte della nostra attenzione vogliamo cedere a un sistema che decide quali mail contano, cosa ci serve sapere, cosa possiamo anche permetterci di dimenticare.