La Casa Bianca comunica come un bimbominkia bullo di undici anni, a voler essere buoni: la comunicazione istituzionale è diventata un enorme meme party in cui la posta in gioco è la percezione della realtà.
In breve i fatti: prima l’arresto di Nekima Levy Armstrong in Minnesota durante una protesta, poi un post della Casa Bianca su X dove la sua espressione è stata alterata digitalmente rendendo un volto compassato e dignitoso in una maschera patetica e piangente e il tutto senza segnalare la modifica IA (come la policy OBBLIGHEREBBE a fare… peccato che le policy le controlli Musk).
Non è un errore, è una scelta. Una scellerata, meschina e viscida strategia precisa che Kaelan Dorr, vicedirettore della comunicazione, ha riassunto con un gelido: “L’applicazione della legge continuerà. I meme continueranno”.
Punto.
Siamo passati dalla comunicazione istituzionale alla “memificazione” della realtà. Non importa più se una foto è vera o falsa ma importa solo quanto quella foto sia virale, quanto faccia ridere i tuoi e quanto faccia incazzare gli avversari. È il trionfo del “noi contro loro”, del tipo, della polarizzazione fine a se stessa.
E se provi a fare fact-checking ti rispondono con un meme, prendendoti in giro perché cerchi la verità, sei pedante, in un mondo che vuole solo contenuti “ghiblificati” o balletti sulle musiche di Ghost.
La Sicurezza Interna che usa l’iconografia dei cartoni animati per mostrare gli arresti non è solo folklore, è il segnale che il confine tra intrattenimento e gestione del potere è saltato, diventando quello che tutti noi ci sbattiamo per fare si che non accada. Abbiamo il nostro bel da fare andando nelle scuole a parlare di cyberbullismo quando la Casa Bianca lo rende istituzionale.
La domanda che dobbiamo porci non è se l’immagine sia ritoccata, ma perché abbiamo accettato che la politica comunichi come un troll.
Qui non si tratta più di colori o di appartenenza, si parla di dignità e di giustizia. Se la più alta rappresentazione democratica (o presunta tale) comunica come un bimbominkia bullo di undici anni che avrebbe bisogno solo di educazione e di buone letture, allora forse il problema non riguarda più soltanto la dignità, ma la civiltà stessa.
Stiamo perdendo la nostra civiltà: noi siamo la nostra comunicazione. E se quest’ultima si riduce a meme falsi, la cosa riguarda tutti quanti noi, nessuno escluso, a prescindere da quello che pensiamo e al colore di appartenenza.