Quando una scuola decide di spegnere i dispositivi, non sta tornando al Medioevo ma sta scegliendo che cosa deve stare al centro dell’aula.
Per anni abbiamo raccontato che mettere un computer davanti a ogni ragazzo avrebbe democratizzato l’istruzione rendendo tutti più bravi, più veloci, più pronti per il lavoro del futuro ma poi, a forza di vedere ragazzi persi tra YouTube, gaming, chat e doc condivisi usati per bullizzare, qualcuno ha iniziato a farsi la domanda scomoda: “Ma tutta questa tecnologia, sta davvero migliorando l’apprendimento o solo aumentando il rumore?”. E la risposta, guardando a quello che succede in molte scuole, è piuttosto chiara.
Quello che si fa alla McPherson Middle School è interessante perché non è tipo una roba da via la tecnologia e viva i gessetti, che sarebbe assurdo, ma è il contrario ovvero tecnologia usata con intenzione. Come avremmo dovuto fare dall’inizio.
Via il Chromebook sempre aperto (notebook di Google per capirci, in dotazione ai ragazzi), sì alla carta quando serve concentrazione e sì al digitale quando serve davvero: programmazione, sensori, lezioni specifiche.
Hanno tolto l’accesso continuo allo schermo e al posto del multitasking coatto sono tornati planner di carta, giochi da tavolo, relazioni faccia a faccia. I risultati, pensa un po’, sono stati meno conflitti, meno tempo per fare la guardia digitale ai ragazzi, più tempo per confrontarsi e parlarsi.
È un segnale chiarissimo che arriva da una scuola di una piccola cittadina del Kansas centrale, ma parla a tutti: non è mai stato, non è, e non sarà mai il device a fare innovazione, bensì il modo in cui lo inseriamo nella vita delle persone. Se lasciamo che siano gli algoritmi a decidere cosa vedere, quando e quanto, i ragazzi diventano utenti, o peggio ancora prodotti. È questo il messaggio che passiamo senza nemmeno rendercene conto: che sia normale che funzioni così. Sono prodotti.
Ma se decidiamo noi contesto, tempi e obiettivi, i ragazzi tornano studenti e credo sia la vera sfida dei prossimi anni, a scuola come nel lavoro: non avere più tecnologia, ma avere il coraggio di usarne meno, meglio, nel modo e nel momento giusto.