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07 Agosto 2026

Europa: sovranità digitale al 100% impossibile

di Rudy Bandiera

Ecco il testo invariato, con in grassetto i concetti chiave, le dichiarazioni principali e i passaggi fondamentali del ragionamento:

Dentro al sogno europeo dell’indipendenza tecnologica c’è una frase che mi ha colpito più di ogni altra ed è quella di una ministra francese, Anne Le Hénanff, che dice testualmente che il cento per cento di autonomia digitale non è, allo stato attuale, qualcosa di fattibile.

Fermatevi un attimo su questa frase, perché non è la classica scusa non richiesta di un politico che si giustifica, è l’ammissione pubblica, da parte di chi guida il ministero per l’Intelligenza Artificiale e gli affari digitali di una delle nazioni più orgogliose d’Europa (la grenderrrrrr), che il sogno della sovranità tecnologica europea, quello sbandierato nei convegni, nei comunicati stampa, nei discorsi da parlamento, è al momento irrealizzabile.

E allora la domanda che dovremmo farci tutti non è più se l’Europa può liberarsi dalla dipendenza da America e Cina, perché la risposta è già scritta ed è no, ma da cosa, tra le mille dipendenze che abbiamo, vale davvero la pena provare a liberarsi.

Partiamo da un fatto concreto, che secondo me è quello che ha acceso la miccia di tutto questo dibattito, ed è la decisione di Trump di tagliare fuori alcuni paesi dall’accesso ai modelli più avanzati di Anthropic. Pensateci un secondo, non stiamo parlando di un embargo su acciaio o su petrolio, roba che conosciamo da un secolo, stiamo parlando del taglio di accesso a uno strumento che oggi serve per scrivere, programmare, prendere decisioni aziendali, fare ricerca medica, e che da un giorno all’altro può sparire dal tuo desktop perché qualcuno, a migliaia di chilometri di distanza, ha deciso così.

Ecco perché in Europa si è acceso un campanello d’allarme che va oltre la solita retorica sovranista, perché quando tocchi con mano che un pulsante premuto altrove può spegnerti la luce, capisci che la sovranità digitale non è un vezzo ideologico, è una questione di sicurezza nazionale.

E allora guardiamo cosa stanno facendo davvero i governi europei, non le intenzioni, i fatti, perché io sono sempre stato dell’idea che le parole le porta via il vento e i contratti firmati invece no.

  • La Francia ha annunciato che sostituirà Zoom e altri software di videoconferenza americani con alternative sviluppate in casa, ha stanziato cinque miliardi e trecento milioni di dollari per comprare strumenti digitali da aziende francesi, e il primo ministro Lecornu ha tolto i servizi segreti interni francesi dagli strumenti di intelligenza artificiale di Palantir per sostituirli con quelli di un’azienda francese, ChapsVision credo si dica, dicendo una frase che mi ha fatto sorridere per quanto è diretta, e cioè che così come non accetteremmo di trasferire i nostri archivi nazionali in California, dobbiamo usare i nostri strumenti di Intelligenza Artificiale. E ha ragione.
  • La Germania fa sul serio ancora di più, con oltre venti miliardi di dollari da spendere nei prossimi anni in sei settori tecnologici chiave, tra cui l’Intelligenza Artificiale e la biotecnologia, e ha già messo sotto contratto Deutsche Telekom e SAP per costruire una piattaforma di IA governativa che possa essere completamente scollegata da rivali come Cina e Stati Uniti.
  • L’Olanda, dal canto suo, ha annunciato la creazione di data center controllati direttamente dal governo, per evitare che informazioni sensibili finiscano nelle mani di aziende straniere.

Quindi no, non è solo teatro politico, sono soldi veri, contratti veri, decisioni che cambiano davvero chi gestisce i dati di milioni di cittadini.

Ma qui arriva il punto dolente, quello che secondo me nessuno racconta con la brutalità necessaria, ed è che l’Europa ha un problema che nessun miliardo di investimento pubblico può risolvere da solo, ed è la cultura del capitale di rischio.

In Francia, in Germania, ovunque nel continente, i manager delle aziende tecnologiche ammettono senza vergogna che l’Europa non ha una cultura finanziaria capace di far crescere le startup come fa la Silicon Valley, e che le aziende, per scalare davvero, sono costrette a trasferirsi in America.

L’unico vero campione europeo dell’Intelligenza Artificiale, Mistral, la startup francese fondata da tre ex dipendenti di Google e Meta, oggi valutata quattordici miliardi di dollari, ha dovuto vendere una quota a un’azienda olandese per raccogliere un miliardo e mezzo di dollari, e questo, dicono gli stessi addetti ai lavori, resta un caso eccezionale, non la regola.

Anne Bouverot, che presiede un comitato governativo francese sull’Intelligenza Artificiale generativa, lo dice senza troppi giri di parole, e cioè che in Europa i risparmi ci sono, sono tantissimi, ma quei risparmi o finiscono negli Stati Uniti o restano parcheggiati in investimenti privi di rischio.

Tradotto in italiano semplice, gli europei hanno i soldi ma hanno paura di scommetterli su loro stessi, mentre gli americani scommettono, falliscono, ci riprovano, e ogni tanto azzeccano un Google o un’Anthropic. Questo, altro che chip o data center, è il vero gap strategico.

E qui arriva il pezzo che a me, da italiano, fa più male di tutti, perché in tutta questa storia in cui si racconta con dovizia di particolari Francia, Germania, Olanda e persino l’Austria attraverso le parole dell’ex cancelliere Sebastian Kurz, oggi alla guida di un’azienda che vende sistemi di sicurezza basati sull’Intelligenza Artificiale interamente contenuti in un singolo paese, l’Italia semplicemente non compare. Non una riga, non una citazione, non un ministro intervistato. E non credo sia un caso, né una dimenticanza giornalistica, credo sia lo specchio fedele di dove siamo posizionati oggi nella conversazione europea sulla tecnologia, ovvero fuori dalla stanza dove si discute.

Mentre la Francia sposta miliardi verso i propri fornitori digitali e la Germania costruisce piattaforme statali di Intelligenza Artificiale, noi, con tutta l’eccellenza che abbiamo nel design, nella manifattura, nella creatività, restiamo spesso spettatori di un dibattito che invece dovrebbe vederci protagonisti, anche solo per difendere i dati sanitari, industriali, bancari di sessanta milioni di persone.

Ma non è tutto nero, e qui voglio essere onesto fino in fondo, perché l’Europa ha delle carte da giocare che spesso sottovalutiamo. Antonio Krüger, che dirige il centro di ricerca tedesco per l’Intelligenza Artificiale, dice una cosa che condivido plenamente, e cioè che ci sono aree in cui l’Europa ha davvero un vantaggio competitivo, penso alla manifattura avanzata, ai macchinari di precisione per l’industria, un settore in cui la Germania in particolare può esportare tecnologia che oggi né gli Stati Uniti né la Cina possiedono allo stesso livello di qualità.

E poi c’è la ricerca di base, quella meno appariscente ma più solida nel lungo periodo, come la collaborazione tra i laboratori Fraunhofer in Germania e il centro di ricerca francese CEA per sviluppare chip di nuova generazione dedicati all’Intelligenza Artificiale.

Dorothee Bär, ministra tedesca per la ricerca, lo dice con una lucidità che apprezzo, e cioè che gli americani, soprattutto nell’era Trump, reagiscono esclusivamente alla forza, e che quindi la strategia non deve essere quella di sostituire Stati Uniti e Cina, ma di diventare indispensabili nelle loro filiere, di infilarsi come tasselli necessari dentro ingranaggi che altrimenti si muoverebbero benissimo senza di noi.

E arriviamo così all’ultimo pezzo di questo puzzle, quello che secondo me smaschera davvero tutta la retorica sulla sovranità digitale, ed è la voce di Cristina Caffarra, che presiede la fondazione EuroStack e che dice una cosa quasi eretica rispetto al coro generale, ovvero che il punto della sovranità, per lei, non è la sicurezza, non è la resilienza, non è la democrazia.

Il punto, dice testualmente, è la cattura del valore, cioè, in parole povere, sono i soldi.

E qui secondo me sta il nodo di tutta questa storia, perché quando i politici parlano di sovranità digitale spesso mescolano tre cose diverse che meriterebbero discorsi separati:

  1. La sicurezza dei dati sensibili di cittadini e imprese, che è sacrosanta e innegabile;
  2. L’indipendenza geopolitica da governi che possono usare la tecnologia come arma di pressione, che è altrettanto legittima;
  3. Il puro interesse economico, il voler intercettare i ricavi di un’industria che vale trilioni prima che se li portino via, come sempre, altri.

Io non ho la ricetta magica per risolvere questo rompicapo, e onestamente diffido di chi la vende come se fosse semplice, ma una cosa la voglio dire chiaramente, con lo stesso spirito diretto con cui l’ha detta Le Hénanff.

Non possiamo permetterci di continuare a fingere che la sovranità digitale sia un interruttore da accendere con un comunicato stampa, perché non lo è, è una scelta continua, fatta di priorità, di rinunce, di miliardi investiti dove contano davvero e non dove fa più scena.

E allora vi lascio con la domanda che mi sono fatto io scrivendo questo pezzo: se doveste scegliere per il vostro paese, per la vostra azienda, per i vostri dati, una sola area su cui pretendere davvero indipendenza dagli Stati Uniti o dalla Cina, quale scegliereste, e soprattutto, siete sicuri che oggi in Italia qualcuno stia facendo davvero questa domanda a chi ci governa?

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