In Cina stanno succedendo due cose insieme: la più grande rivoluzione industriale del video e il più grande licenziamento di massa silenzioso della storia
Fino all’altro ieri, per fare un “microdrama” (gli short drama sono serie TV brevi, composte da 50 a 100 episodi, ciascuno di 1-3 minuti, progettate per la visualizzazione verticale su piattaforme social) servivano settimane di lavoro, set, troupe, casting, permessi, editing. Oggi con strumenti come Seedance 2.0 escono a 30 dollari al minuto, senza attori, cameraman, tecnici.
A marzo su TikTok sono stati caricati quasi 50.000 nuovi microdrama generati da IA in un solo mese, quasi quanto tutto il 2025 messo insieme.
Da una parte per chi recita nei ruoli minori è stato come chiudere il rubinetto lavorativo da un giorno all’altro e dall’altra registi e produttori che per anni hanno combattuto con budget ridicoli vedono l’IA come l’unico modo per restare vivi, producendo serie animate da 100 minuti in un mese con tre persone.
Nel frattempo poi sono esplosi i “furti di faccia” a persone comuni che si ritrovano comparse di una serie senza aver mai firmato nulla, fino a costringere i regolatori cinesi a introdurre l’obbligo di consenso per usare l’immagine di qualcuno come avatar digitale.
Siamo nella fase iniziale, quella del facciamo tutto, tanto e subito poi, quando il feed sarà pieno di roba brutta come la fame, tornerà a contare quello che ha sempre fatto la differenza come storie, immaginazione, qualità. L’IA diventa il nuovo Photoshop: ce l’hanno tutti, ma pochi sanno usarla per creare qualcosa che ti rimane attaccato addosso.
Chi oggi lavora con i contenuti non deve chiedersi se l’IA gli ruberà il lavoro ma come farsi pagare per quello che l’IA non sa fare, cioè immaginare, essere o creare.