Mentre l’Occidente ragionava in trimestri, la Cina ragionava in decenni, e la partita delle terre rare è la prova più lampante di questa differenza
Ian Bremmer, il politologo che pubblica ogni anno il report sui dieci rischi globali più importanti, la racconta così: da decenni la Cina investe a tappeto su litio, antimonio e tutti quei materiali che tirano fuori dalla terra e che servono letteralmente per ogni cosa, dal tuo smartphone alla batteria della tua auto, fino ai sistemi missilistici avanzati che tengono al sicuro un paese o gli permettono di incasinarne a un altro. Senza terre rare e minerali critici non esiste economia avanzata, punto.
E mentre il resto del mondo faceva globalizzazione just in time, ovvero prendo quello che mi serve quando mi serve per massimizzare il prossimo utile trimestrale, la Cina costruiva capacità a lungo termine, non solo per estrarre queste materie prime ma anche per lavorarle e trasformarle.
La parte interessante, e un po’ inquietante se vogliamo, è cosa succede quando un paese capisce di dipendere da un altro paese che non è più affidabile. Bremmer fa l’esempio degli americani con i semiconduttori a Taiwan, e vale ancora di più con le terre rare. Se un giorno la Cina decidesse di chiudere i rubinetti, molte economie occidentali si troverebbero in enorme difficoltà, e non in un futuro lontano, ma già oggi.
Il punto che Bremmer sottolinea, e che condivido, è che questo non è ancora il rischio più urgente sul tavolo, perché parliamo di una traiettoria che si gioca su anni, non su mesi. Ma è severo, perché più paesi vedono gli Stati Uniti come imprevedibili, più iniziano a coprirsi le spalle rafforzando i rapporti con la Cina, e questa scelta, silenziosa e apparentemente tecnica, finisce per ridisegnare gli equilibri globali molto più di qualsiasi dichiarazione ad effetto.
La vera battaglia di oggi, insomma, si combatte con chi controlla la materia prima di cui tutti, prima o poi, avranno bisogno.