C’è una ricerca italiana, guidata da Valentina Elce, che sta facendo fare un salto quantico al modo in cui guardiamo quello che succede quando chiudiamo gli occhi. Hanno analizzato i sogni di 300 persone usando test cognitivi e l’Intelligenza Artificiale per decifrare migliaia di report onirici.
I ricercatori hanno scoperto che il sogno è un mix perfetto tra chi sei (il tuo hardware: ansia, memoria, carattere) e cosa vivi (il tuo software: eventi esterni, stress, lockdown).
I sogni non sono solo “film bizzarri”, ma sono un fenomeno di iperassociazione.
Da questo studio hanno capito che noi siamo i registi della nostra bizzarria: più sei propenso al mind-wandering (quel vagare con la mente quando dovresti essere concentrato), più i tuoi sogni sono strani e cambiano scenario velocemente. Non si tratta di caos, è la tua mente che esercita la sua capacità di creare legami tra cose lontane.
Il sogno inoltre risulta essere un’ottima “palestra emotiva”, siamo più spettatori che attori e, soprattutto, che tutto è immerso in un mare di emozioni. A cosa serve? Da un lato a proteggere il sonno isolandoci dal mondo, dall’altro a “masticare” le emozioni per aiutarci a gestirle meglio da svegli. Il sogno è il back-office della nostra stabilità mentale.
Oggi ho deciso di raccontarti questa ricerca perché non si tratta solo di folklore, di interpretare un sogno per capire se giocare la schedina il giorno dopo, ma parliamo di un salto tecnologico affascinante: utilizzare l’IA per analizzare il linguaggio dei sogni ci dice che siamo macchine narrative incredibili.
Sogniamo quello che siamo.
La tecnologia oggi ci permette di guardare dentro l’unico posto dove l’anonimato era ancora totale: la nostra mente addormentata, e ci dice che il confine tra veglia e sonno è molto più sottile di quanto pensiamo. La nostra identità non va in pausa quando spegniamo la luce, semplicemente cambia linguaggio.