Hai presente quando ti prepari una giornata “organizzata”, con la lista di robe da fare bella pronta, e dopo mezz’ora sei già incasinato tra mail, chat, notifiche e richieste URGENTISSIME che ieri nemmeno esistevano?
Ti ritrovi a fare tre cose insieme, con la sensazione strana di correre ma non arrivare, e a fine giornata sei stanco come se avessi arato un campo… senza capire il perché.
Byung‑Chul Han la chiama “società della stanchezza”: non è il dover fare poco, è il dover fare troppo, tutto insieme, illudendoci di essere multitasking, come un animale nella savana che mentre mangia deve controllare di non essere mangiato. Lui si è multitasking! Non ha scelta… ma proprio perché lo è non è capace di pensiero profondo.
Il problema infatti è che questa attenzione frammentata non è un superpotere moderno ma un ritorno allo stato selvatico, dove non c’è mai davvero spazio per la concentrazione profonda, quella da cui nascono le idee belle, le relazioni vere, il pensiero astratto.
Più aumentano gli stimoli, più ci convinciamo (sbagliando) che la soluzione sia accelerare, e lo facciamo proprio mentre perdiamo la capacità di stare fermi su una cosa sola per più di dieci minuti.
Forse la vera rivoluzione, oggi, non è trovare l’ennesima app per gestire il tempo ma imparare a proteggerlo, iniziando con un’ora senza notifiche, un compito alla volta, qualche no di più e qualche “ci penso meglio domani” detto con serenità, senza correre e senza patemi (quando possibile, ovviamente).
Non per nostalgia analogica (a me faceva abbastanza schifo il mondo analogico) ma perché se lasciamo che sia sempre e solo la macchina a dettare il ritmo, finiamo per vivere come processori sempre accesi belli efficienti, magari, ma svuotati. Tristi, freddi (o troppo caldi, dipende).
Penso che la vita chieda ancora soprattutto presenza, non solo prestazione.