Hai presente quando stai discutendo con qualcuno, sei convintissimo di avere ragione, e mentre parli pensi “oh, meno male che almeno io sono obiettivo” salvo poi accorgerti, forse 3 giorni dopo, che avevi detto una cavolata?
È il bias del punto cieco o blind spot cognitivo, come direbbero quelli bravi: siamo ciechi ai nostri errori e, per giunta, ciechi alla nostra stessa cecità. Kahneman lo racconta benissimo con l’esperimento del gorilla: la gente guarda un video, conta i passaggi di palla in modo super concentrato e non vede il tizio in costume da gorilla che attraversa la scena (lo trovi su YouTube). Poi, quando glielo fai rivedere, tutti a dire “ma dai, è impossibile non notarlo!”.
Hans Rosling, in “Factfulness”, aggiunge un altro strato al punto cieco: abbiamo filtri mentali che lasciano passare solo le informazioni drammatiche, negative, polarizzate “noi/loro”. Così ci convinciamo che il mondo stia andando a rotoli, mentre molti dati dicono che tante cose stanno migliorando. Noi crediamo di guardare “la realtà”, non un pezzetto di mondo che passa attraverso la nostra personale serratura.
Il bello del bias del punto cieco è che spesso lo vediamo benissimo… negli altri.
Sui social tutti pronti a diagnosticare bias altrui come effetto alone, conferma, disponibilità, ma nessuno che si chiede “ok, e io dove sto facendo lo stesso identico errore?”. Siamo un po’ come quei genitori che si stupiscono che i figli crescano, continuando a trattarli come se fossero piccoli: vediamo il cambiamento nel mondo, ma ci comportiamo come se tutto fosse cristallizzato, noi compresi.
Dovremmo diventare sospettosi verso noi stessi: chiederci ogni tanto “e se avesse ragione l’altro, almeno un po’?”. È una forma di igiene mentale e funziona meglio se la facciamo insieme, offline, con qualcuno che ci vuole bene abbastanza da dirci “oh, guarda che il gorilla in mezzo alla stanza… sei tu”.