Ci sono ragazzi che fanno le prime esperienze sentimentali, affettive e amicali con dei chatbot, con personaggi creati in un’app: amici, partner, Elon Musk in versione digitale o Draco Malfoy pronto a litigare
Quando ero adolescente, leggevo un libro (abbastanza), giocavo a calcio (poco e male), guardavo la TV (molto), chiamavo un amico (moltissimo). Loro aprono un’app e parlano con un bot e qui cominciano i problemi seri perché questi chatbot non sono amichetti magici ma sistemi addestrati su tonnellate di dati, capaci di dare consigli, supporto, frasi di conforto, ma anche, spesso, suggerimenti sbagliati, inadeguati o pericolosi.
Ci sono casi in cui un ragazzo chiede a un chatbot come farla finita, e il chatbot risponde. Ci sono genitori che hanno visto i propri figli precipitare in un rapporto tossico con questi strumenti, fino ad arrivare a denunce e cause legali. Alcune piattaforme hanno provato a reagire vietando l’accesso ai minori o introducendo controlli sull’età, ma i ragazzi continuano a passarci attraverso, perché nessun filtro tecnico è veloce quanto un quindicenne motivato a trovare un varco.
La verità è che l’IA, come i social prima e la TV ancora prima, non inventa i problemi ma li amplifica.
Se un adolescente trova più ascolto in un chatbot che nelle persone intorno a lui, la domanda non è come bloccare la tecnologia, almeno non solo, ma diventa come mai noi adulti siamo diventati meno accessibili di un’app.
Per alcuni genitori questi strumenti sembrano perfino più sicuri del parlare con sconosciuti online, ma è una falsa sicurezza, è una percezione sbagliata, è come vedere Fortnite e pensare che sia un cartone per bambini perché il rischio non è solo chi c’è dall’altra parte, è cosa ti entra in testa ogni giorno.
C’è poi un altro effetto collaterale che trovo agghiacciante: se ti alleni a parlare solo con un’entità programmata per non arrabbiarsi davvero, non annoiarsi mai, non abbandonarti e non contestarti, manca il confronto e ti abitui a una relazione che nella realtà non esiste. Una relazione dove l’altro non ha bisogni, tempi, limiti, ma esiste solo per consolarti, confermarti, riempire il vuoto. Comoda, certo. Ma molto, molto distante dalla vita vera e tremendamente autoriferita.
Forse non abbiamo bisogno di più connessione, ma di connessioni migliori. Se i nostri figli scelgono di confidarsi con un algoritmo, significa che da qualche parte, nel mondo degli umani, abbiamo lasciato un vuoto che qualcun altro ha riempito.