Siamo un Paese strano: da un lato ci raccontiamo come stakanovisti seriali, dall’altro siamo campioni europei… nel non lavorare. Lavoriamo tanto, ma lo facciamo in pochi
Personalmente è una vita che dico che in Italia ci sono due categorie, ovvero quelli che lavorano troppo e quelli che non fanno un c***o ma non credevo di avere ragione dal punto di vista statistico, pensavo fosse una cazzata così, a intuito, e invece…
Ovviamente non è solo un problema economico, è un buco di senso perché ci sono milioni di vite sospese che non partecipano, non crescono, non costruiscono nulla insieme agli altri.
Ci sono quelli che lavorano davvero tanto, spesso troppo (io sto cercando di smettere e sono un professionista, in questo): orari lunghi, margini stretti e fiato corto, in un contesto dove la produttività non segue lo sforzo e i salari non compensano il peso delle ore spese.
Di fatto, è come se avessimo due Italie: una iperattiva che corre sui rulli e una ferma ai box, e nessuno si occupa seriamente del ponte tra queste due parti. E più il tempo passa, più questa distanza diventa culturale prima che occupazionale: chi è dentro non capisce chi è fuori, chi è fuori smette di credere che rientrare abbia senso.
Poi c’è un altro livello, ancora più sottile: siamo cresciuti con l’idea che il lavoro sia il centro identitario di tutto, quello che sei coincide con quello che fai ovvero, sei il tuo lavoro.
Ma se una parte enorme di persone non riesce a trovare il proprio posto, il rischio è che perda non solo reddito, ma dignità e percezione di valore. È qui che il discorso si fa pericoloso perché se continuiamo a misurare tutto solo in ore lavorate, senza chiederci chi resta fuori e come mai succede, stiamo guardando solo metà del film.
Forse il vero tema non è “lavoriamo tanto” ma “come e per chi stiamo lavorando”.
Se pochi lavorano tantissimo per tenere in piedi un sistema che lascia ai margini donne, giovani e intere aree del Paese, non è sacrificio ma è un corto circuito ma, dall’altro lato, chi lavora non può reggere il peso di un sistema inerme per sempre.
Credo sia ora di cambiare narrazione, smettere di glorificare la stanchezza come medaglia al valore, e iniziare a parlare di partecipazione, accesso, libertà di scegliere il proprio modo di contribuire, anche ridisegnando cosa intendiamo per lavoro.