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20 Marzo 2026

La startup che usa neuroni umani al posto dei chip

di Rudy Bandiera

Ci siamo spinti così oltre con l’intelligenza artificiale che, per risparmiare energia, siamo tornati al cervello umano.
Letteralmente.

Una startup australiana, Cortical Labs, ha inaugurato a Melbourne quello che definisce il primo data center biologico al mondo: niente rack di server con GPU che scaldano come un altoforno, ma moduli di calcolo composti da neuroni umani coltivati in laboratorio, posati su un chip di silicio che invia e riceve segnali elettrici.

Queste unità si chiamano CL1 e sono “computer viventi” (lo so, sembra una roba da matti) allenati a svolgere compiti: i primi esperimenti li hanno portati a giocare a Pong, poi a Doom (tra l’altro uno dei miei videogame preferiti), usando circa 200.000 neuroni per chip. Il punto non è la potenza di calcolo, oggi ridicola rispetto alle GPU, ma l’efficienza: il fondatore sostiene che ogni CL1 consumi meno energia di una calcolatrice tascabile. E qua sta il punto… roba meno energivora.

A Melbourne partiranno con 120 unità, mentre a Singapore puntano ad arrivare fino a 1.000 moduli in più fasi, in collaborazione con DayOne Data Centers e la National University of Singapore. Dietro ci sono investitori pesanti, inclusa In‑Q‑Tel, il fondo di venture capital legato a quel baraccone che si chiama CIA.

Ora, al di là del wow che a tutti viene in mente leggendo ‘sta roba, c’è una domanda che, secondo me, dovremmo farci prima di applaudire e passare oltre: se usiamo neuroni umani per calcolare, fino a che punto possiamo spingerci? Quando un insieme di cellule smette di essere solo un pezzo di biologia e inizia a porre domande su coscienza, diritti, limiti d’uso? E chi decide il confine: gli ingegneri, gli investitori o la società che subirà gli effetti?
L’ho detto nei giorni scorsi, per me questa storia racconta una cosa molto chiara: l’innovazione corre sempre più veloce della nostra capacità di darle senso. Non basta chiedersi se “si può fare”, bisogna avere il coraggio di chiedersi “cosa stiamo davvero costruendo” ogni volta che spostiamo un pezzo di cervello umano dentro una macchina.

Tu, onestamente, useresti un servizio AI sapendo che gira su neuroni umani coltivati in laboratorio? Io credo di si ma le domanda che mi farei sarebbero molte: la tecnologia non è un accessorio, è un modo di stare al mondo e oggi più che mai richiede forza e consapevolezza. Restare umani, restare vigili e non smettere di farsi domande è l’unica vera vittoria possibile. Perché se il problema comincia a essere fuori di noi, allora il problema è proprio questo pensiero.

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