Hai presente quando sei al ristorante, ti arriva il cameriere, tu gli spari un’ordinazione da matrimonio e lui non scrive niente?
Tu lo guardi con quell’aria tra l’ammirato e il terrorizzato, pensando “questo si dimentica pure l’acqua naturale” e invece, puntualmente, arriva tutto giusto.
Poi però il giorno dopo tu non ti ricordi nemmeno dove hai messo le chiavi di casa.
Ecco, noi siamo convinti di avere una memoria da hard disk, ma funzioniamo molto più come racconta Donato Carrisi ne “La casa delle voci”: la memoria non serve a conservare tutto, ma a tenerci vivi domani. Ricordiamo il fuoco perché brucia, non il colore delle piastrelle della cucina di nonna.
Gerber, nello stesso romanzo, lo dice chiaro: il nostro cervello butta via quello che non serve, cancella in modo irreversibile tutti i ricordi inutili. È una specie di “svuota cestino” automatico, non un archivio storico.
Come ricorda Hans Rosling in Factfulness, il problema non è quanti dati abbiamo, è come il cervello li seleziona, li distorce e li drammatizza. Abbiamo istinti pensati per il villaggio paleolitico, non per la timeline di oggi.
Oggi, visto che siamo tutti soggetti a sovraccarico cognitivo ovvero abbiamo troppa roba attorno, la “bazza” non è ricordare tutto ma ricordare meglio: pochi eventi chiave che ci cambiano davvero la vita, poche persone che “valgono” quanto il resto del feed messo insieme, poche storie che scegliamo di raccontarci.
Per il resto, possiamo anche accettare che vada perso, prenderne atto. O che resti analogico: una cena senza foto, una chiacchierata senza screenshot, un abbraccio senza geolocalizzazione.
Oggi ogni bambino viene filmato dalla nascita fino alla fine dei suoi giorni, ha foto e video di ogni momento della propria vita ma questo non rende più felici, stabili o emotivamente completi.
Nei tempi antichi deteneva il potere chi aveva accesso alle informazioni. Oggi avere potere significa sapere cosa ignorare.