Hai presente quando apri Netflix “solo per vedere cosa c’è” e mezz’ora dopo sei ancora lì, non a guardare un film, ma a scorrere titoli, trailer, suggeriti per te, “top 10 in Italia”, “perché hai visto…” e ti rendi conto che la parte davvero attiva della serata è scegliere, non guardare?
Con l’intelligenza artificiale rischiamo la stessa scena, ma con la vita.
Yuval Noah Harari dice che il XXI secolo sarà dominato dagli algoritmi, intesi come procedure che decidono per noi cosa è meglio comprare, chi frequentare, che strada fare, perfino che lavoro cercare. E il punto non è che sbagliano: è che diventano talmente bravi a riconoscere pattern che finiscono per conoscerci meglio di quanto ci conosciamo noi, al punto da suggerire scelte “giuste” prima ancora che abbiamo voglia di porci domande. Non ti dicono “obbediscimi”, ti dicono “fidati, ti semplifico la vita”.
Non si tratta più solo di sapere cosa faremo, ma di formarlo: i processi automatizzati non solo conoscono i nostri comportamenti, li modellano. È il passaggio dalla conoscenza al potere, dalla società allo “sciame” che si muove come un super-organismo, dove l’identità del singolo si dissolve nel flusso di dati.
Nel frattempo, però, la tecnologia non aspetta i nostri congressi di filosofia. Rifkin avverte che la vecchia logica “la tecnologia distrugge lavori ma ne crea di nuovi” non regge più: interi settori dei servizi e dei colletti bianchi vengono svuotati da sistemi intelligenti che aumentano produttività mentre sostituiscono persone. La domanda scomoda è cosa ne faremo di milioni di giovani di cui “si avrà poco o nessun bisogno” in un’economia sempre più automatizzata: potrebbe essere un nuovo Rinascimento, oppure una frattura sociale colossale.
Che tipo di umani vogliamo essere in un mondo di IA?
Colamedici e Gancitano ricordano che prendersi cura di sé significa costruire un ponte fra dove sei e dove desideri andare, non chiuderti in una bolla di controllo onnipotente. Faggin chiude il cerchio proponendo di spostare il baricentro da competizione a cooperazione.
In un mondo di algoritmi che ottimizzano tutto dobbiamo difendere tempo, relazioni, lentezza e responsabilità come se fossero una tecnologia di frontiera.
L’intelligenza artificiale, alla fine, farà ciò che sa fare meglio ovvero calcolare, prevedere e ottimizzare ma la parte non delegabile resta nostra.